Le margherite non temono l’inverno
Elena aveva smesso di rispondere ai messaggi a metà novembre. Non era successo niente di grave, nessun dramma da raccontare o grande cambiamento da rivelare. Semplicemente, una mattina si era svegliata e aveva capito di non avere più parole. Le aveva finite tutte nei mesi precedenti, spese in conversazioni che non portavano da nessuna parte, in spiegazioni che nessuno ascoltava davvero, in sorrisi che le pesavano.
Così aveva cominciato a dire di no. No alle cene dove bisognava parlare forte per farsi sentire. No alle telefonate che iniziavano sempre con un “come stai?” e finivano sempre con qualcun altro che parlava alla fine dei propri problemi. No alle giornate piene di impegni che la lasciavano vuota.
All’inizio, gli altri le chiedevano di uscire, insistevano fino poi a chiederle “Tutto bene? Sembri strana.” Lei sorrideva e diceva: “sono solo un po’ stanca.” Ma la verità era diversa. Stava imparando a spogliarsi come fanno gli alberi in inverno.
Si era resa conto, guardando il ciliegio nel cortile, che gli alberi non hanno paura di perdere le foglie e anche i fiori cadono senza pretendere di rimanere per sempre come sono. Non si aggrappano ai rami quando arriva il freddo, non cercano di trattenere ciò che deve andare. Si spogliano con dignità, fino a restare nudi contro il cielo. E lì, in quel denudarsi c’è qualcosa di tremendamente bello.
Elena cominciò a fare lo stesso.
Lasciò andare le amicizie che erano solo abitudine, le conversazioni che servivano solo a riempire il silenzio, le aspettative degli altri su chi avrebbe dovuto essere e le versioni di sé che non le appartenevano più.
Rimase sola, in un appartamento che aveva l’odore del tè al gelsomino e di libri.
I primi giorni furono strani e il silenzio le faceva quasi paura, come se dovesse riempirlo con qualcosa nell’immediato. Ma poi imparò ad ascoltarlo.
Il silenzio aveva una sua voce ed era più forte di quanto avesse mai immaginato.
Passava le giornate leggendo, scrivendo nel suo diario, guardando fuori dalla finestra. A volte piangeva senza sapere bene il perché, altre volte sorrideva per un fiore sbocciato, una foglia secca, una goccia di pioggia che lenta scendeva dalla finestra. Si accorse che le emozioni, quando non devi spiegarle a nessuno, scorrono libere.
Poi arrivò Dicembre, con la prima neve.
Elena la guardò cadere, lenta e silenziosa, e pensò che la neve era come lei: non faceva rumore e non chiedeva attenzione, semplicemente c’era. Esisteva. Copriva il mondo con una delicatezza che non serviva a nessuno scopo se non alla bellezza stessa. Non c’era altro che la meraviglia di quell’elemento.
Uscì per una passeggiata nel parco deserto con il freddo pungente, facendole diventare il volto rosso ma non le dispiaceva. Era un freddo bello, quasi nuovo. Come lei, in quella nuova fase.
Seduta su una panchina, con le mani nelle tasche del cappotto, Elena si accorse di una cosa: non si sentiva più sola. La solitudine, quella vera, non era stare da sola ma stare in mezzo alla gente sentendosi invisibile. Era sorridere quando dentro ti piangeva il cuore. Era parlare senza essere ascoltata.
Quella, invece, non era solitudine ma pace, come l’inverno. E l’inverno, capì in quel momento, non è una punizione bensì una necessità. Gli alberi lo sanno: non puoi fiorire se non ti spogli prima. Non puoi riempire un cassetto che è già pieno di cose vecchie. Devi svuotarti per poter lasciare andare.
Tornò a casa mentre la sera scendeva sui tetti innevati. Preparò una tazza di tè, si avvolse in una coperta e aprì un libro.
Dal cortile, il ciliegio nudo la guardava attraverso la finestra, con la pazienza di chi sapeva che un giorno sarebbe arrivata la primavera.
Aspetto, sembrava dirle. Aspetto la primavera, ma non ho fretta perché so che arriverà e quando arriverà, sarò pronta.
Elena in quel momento sorrise. Anche lei stava aspettando. Non sapeva ancora cosa, ma sentiva che qualcosa dentro di lei si stava preparando. Nella quiete, nel silenzio, nel vuoto che aveva smesso finalmente di temere.
Forse la primavera avrebbe tardato ad arrivare per lei, forse ci sarebbe voluto più tempo ma non aveva più paura di quel tempo: non aveva più fretta.
L’inverno le stava insegnando che a volte bisogna avere il coraggio di spogliarsi di tutto per capire cosa conta davvero e che in quella nudità essenziale c’è spazio per qualcosa di nuovo. Qualcosa che sa di primavera, anche se è ancora lontana.
Fuori, la neve continuava a cadere. Dentro, Elena continuava a spogliarsi per poter poi rifiorire.
Sbirciando dalla finestra, il suo sguardo si posò su una piccola margherita bianca, quasi avvolta completamente dal manto bianco della neve. Si sentiva come quella margherita, che non temeva più l’inverno ma era pronta a far di quel manto la sua coperta.
Cari lettori, mi auguro che questo piccolo racconto vi sia piaciuto e fatto comprendere l’importanza del lasciare andare senza colpe e rimorsi.
Come le margherite, non temiamo l’inverno ma impariamo ad attendere la primavera, consapevoli che spogliarsi prima serve a far spazio al nuovo.
Se i miei racconti vi tengono compagnia, qui sotto trovate i miei libri, da leggere con calma e che mi auguro possano abbracciarvi nei momenti di solitudine e dirvi che la primavera, prima o poi, arriva sempre.
Sara Iannone
Rifugio Dei Lettori