E perché no, riscrivere qualche pezzo della storia, pur consapevole delle conseguenze?
La nostra protagonista arriva davanti a un Museo degli Oggetti Perduti, ignorando che tra i cimeli si nasconda una penna all’apparenza comune, capace di trasportarla nei libri che ha amato.
Quando, per caso, il potere dell’oggetto si sprigiona, si ritrova immersa in una storia da lei tanto amata quanto tormentata e dal finale già scritto, divisa dal desiderio impulsivo di cambiarne il corso.
Per sapere in quale libro Leah verrà trasportata, leggi il racconto qui sotto.
Leah si fermò davanti a quella grande insegna dove, con un pizzico di curiosità, lesse: “Il museo degli oggetti perduti”. Un ricciolo ribelle le si posò davanti agli occhi e prima di bagnarsi completamente decise di entrare.
Sembrava così piccolo quel posto, a contrasto con l’insegna. Lasciò l’ombrello bagnato in un angolo e appena si voltò respirò quell’aria tipica dei posti che racchiudono vite, sogni e ricordi attraverso gli oggetti.
“Benvenuta” le disse un omino basso vestito di rosso e con un paio di occhiali così tondi da essere confusi con gli occhi. L’uomo le disse di fare un giro e se avesse avuto bisogno, lui sarebbe stato felice di aiutarla.
Poi abbassò lo sguardo e si mise a lavoro su una tenda a fiori dall’apparenza molto antica. Leah sorrise e iniziò ad osservare con cautela ed eccitazione ogni oggetto.
Qualcosa le diceva di essere in un luogo speciale. Gli scaffali sui quali erano poggiati gli oggetti sembravano raccontare anche loro una storia.
C’erano occhiali da sole, cappelli strani, abiti, giochi, libri. Poi si avvicinò ad una teca, un po’ più lontana dalle altre. Aveva l’impressione di percepire una leggera luce attorno a quell’oggetto.
Si avvicinò come se temesse di scoprire un segreto indicibile e notò una semplice penna stilografica. Con sguardo attento, cercò di intravedere una particolarità, cogliere un aspetto diverso o qualcosa che permettesse di capire perché un oggetto così semplice era chiuso con cura.
Poco dopo le si avvicinò l’omino, come se avesse sentito i suoi pensieri, e dopo essersi schiarito la voce le disse che quella era una penna magica. Era stata portata lì da una donna convinta di poter viaggiare nei libri grazie a quella penna.
La vecchia proprietaria affermava che, se la penna ti sceglieva, potevi entrare nei libri del passato e vivere le storie di fantasia facendole divenire realtà. «Assurdo vero? Però non si sa mai, meglio non rischiare» aggiunse l’uomo prima di lasciarla sola.
Era impossibile, pensò Leah con qualche dubbio. E prima che se ne accorgesse, la penna aveva scelto lei.
Il giardino sfiorì sotto i suoi piedi e i colori svanirono. Tutto divenne una tela bianca per Leah poi il suono: una risata lieve, colta, assai piacevole.
Leah aprì gli occhi e non ci mise molto a capire che forse era meglio dare ascolto all’omino del museo.
Era seduta su una chaise longue rivestita di velluto verde, in un salotto che odorava di oppio e rose. I raggi dorati di un pomeriggio londinese entravano leggeri da una tenda di merletto color avorio e le pareti erano piene di quadri, specchi, volti bellissimi e inquieti, come se qualcuno li avesse intrappolati in quelle tele.
E di fronte a lei, con un calice di vino tra le mani e un sorriso che sembrava scolpito: Dorian Gray.
«Oh» esclamò vedendola, «non sei Sybil, né Basil e non hai le sembianze di James» disse accennando un sorriso.
La sua voce era ferma ma tradiva una leggera emozione.
Leah non riuscì a parlare subito, il cuore le batteva in gola. Era davvero lui.
Il volto perfetto, gli occhi trasparenti come vetro, l’eleganza crudele. Era dentro il libro.
C’era qualcosa di differente in quel personaggio che lei conosceva bene: questo Dorian sembrava sapere di essere osservato, come se fosse cosciente della storia da cui proveniva.
«Scusami» disse Leah infine, guardandosi intorno, «non so come sono arrivata qui.»
Dorian rise piano. «Nessuno lo sa mai, all’inizio» rispose alzandosi per avvicinarsi alla nuova arrivata. Aveva un profumo più reale della sua fantasia e sembrava non essere sorpreso da quella strana intrusione.
«La vera domanda è» continuò lui, «vuoi restare?»
Le porse una mano come un invito e alle sue spalle, Leah notò il quadro. Era proprio quel quadro.
Non era appeso, ma appoggiato a terra, coperto da un drappo scuro.
«Il tuo nome?» chiese Dorian.
«Leah.»
«Leah… sì. Ha un suono piacevole, come una donna caduta dal cielo e destinata a cambiare il corso di una storia.»
Un’ombra offuscò suo viso e poi le si avvicinò, troppo.
«Dimmi, Leah: TI piacerebbe vedere il mio ritratto?»
Leah sentì la penna bruciarle nella tasca. Qualcosa le diceva di andarsene mentre una voce più forte cercava di convincerla a restare e forse a scrivere un finale diverso.
La penna nella sua mano può scrivere, sì…ma ogni parola scritta accade e ogni frase ha un prezzo.
Cari lettori, mi auguro che questo piccolo racconto vi sia piaciuto. Quante volte leggendo ci immergiamo in una storia e cosa faremmo al posto della protagonista? Io non so se sarei rimasta perché rimanere significa anche cambiare il corso di un passato già scritto e quindi modificare al contempo stesso anche il futuro.
Se i miei racconti vi tengono compagnia, qui sotto trovate i miei libri, da leggere con calma e che mi auguro possano abbracciarvi nei momenti di solitudine e dirvi che la primavera, prima o poi, arriva sempre.
Sara Iannone
Rifugio Dei Lettori